Vajont, dopo il disastro la rinascita di un’intera città.

Certo i fatti legati al Vajont non possono dirsi un buona notizia. Almeno non per la prima parte, ovvero la distruzione completa di una città e dei suoi abitanti. Eppure, senza mai dimenticare la tragedia, il dolore, le responsabilità, possiamo anche provare a concentrarci su quanto faticosamente è stato portato avanti nel periodo della ricostruzione.

I fatti di quella notte di ottobre 1963…

La colossale diga del Vajont, all’epoca la più alta del mondo con i suoi 261,60 metri ed ancora oggi la quinta più alta mai costruita, faceva parte di un ampio progetto di dighe e centrali idroelettriche che, sfruttando l’acqua proveniente dalla zona del Cadore, avrebbero dovuto produrre energia per tutto il Triveneto. Il “Grande Vajont” prevedeva come riserva d’acqua principale appunto il lago artificiale creato sul bacino del torrente Vajont, nel confine tra le regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto. Nei pressi della diga sorgono gli abitati di Erto e Casso, in Provincia di Pordenone, la città di Longarone e le frazioni dell’omonimo comune, in provincia di Belluno.

Mai l’oblio della memoria…*

Dopo decenni di progetti, in cui già era apparso chiaro che il luogo scelto era inadatto, la diga viene costruita a regola d’arte, resisterà infatti all’onda della catastrofe, in meno di 4 anni e inaugurata nel 1961. Segue un lungo periodo di invasi, collaudi e continue frane, fino a che nell’autunno 1963 è chiaro che la situazione è instabile e pericolosa, ma purtroppo non vengono prese le dovute misure di sicurezza. Alle 22.39 del 9 ottobre 1963 si stacca dal Monte Toc una frana lunga più di 2 chilometri che scivola lungo il versante a una velocità di circa 108 km/h riempiendo in 20 secondi il bacino della diga e generando un’ondata d’acqua di 250 metri oltre l’altezza della diga, che si diversifica e si abbatte sugli abitati di Erto e Casso, sulle frazioni in riva al torrente e la più grande (25 milioni di metri cubi d’acqua) sulla città di Longarone, verso la valle del Piave. Quest’ultima e le frazioni più vicine vengono rase al suolo, con un bilancio ufficiale di 1917 vittime principalmente a Longarone, Codissago, Castellavazzo, Erto e Casso.

La solidarietà dei soccorsi e l’inizio della ricostruzione…

Dopo l’orrore della tragedia, a colpire è la grande e immediata solidarietà dimostrata da tutto il mondo verso le vittime e i superstiti rimasti senza famiglia, amici, senza una casa e un paese. E’ anche grazie all’aiuto materiale e al sostegno morale se fin da subito il territorio violentato comincia a rinascere e già in una decina di anni Longarone si può dire risorta: vengono ricostruiti il sistema stradale e ferroviario, le case e gli edifici pubblici, ma anche il tessuto sociale ed economico, soprattutto nel campo dell’occhialeria, grazie anche alle agevolazioni della “Legge Vajont” e al periodo favorevole del boom economico. Nel 1959 aveva avuto luogo a Longarone la prima Mostra Internazionale del Gelato Artigianale, modesta fiera in centro paese da cui è nata negli anni, resistendo al disastro seppur con una comprensibile interruzione, una manifestazione votata alla valorizzazione del Made in Italy di importanza internazionale, in particolare dopo la costruzione del Palazzo delle Fiere nel 1971. Ad oggi Longarone Fiere è il polo fieristico delle Dolomiti che oltre alla MIG organizza ogni anno Arredamont, Agrimont, Sapori Italiani, Arte in Fiera, Caccia e Pesca e altre manifestazioni di portata internazionale.

La ferita lasciata dall’acqua, oltre alle perdite umane, ha colpito anche l’identità del paese: distruggendo case, borghi, piazze, la chiesa, le fabbriche, è stato cancellato di conseguenza il luogo dei ricordi di tutti i superstiti, che si ritrovano senza un paese e senza una comunità di riferimento. Grazie soprattutto al coraggio e alla forza dei superstiti e dei tanti parenti delle vittime tornati a Longarone dopo la tragedia, la ricostruzione è stata veloce e ha contribuito alla rinascita urbanistica e anche sociale del paese. Già negli anni ’80 un buon 95% di Longarone era stato ricostruito, le strutture pubbliche rimesse subito in funzione e le attività artigianali riavviate. Longarone si ripopola velocemente arrivando presto a contare più abitanti del 1963.

La nuova Longarone…

Il risultato della ricostruzione è un paese molto diverso da quello che c’era prima e che continua ad esserci nella memoria di chi lo ha vissuto, tuttavia la nuova Longarone, con la sua architettura moderna e pratica, è rivolta alle nuove generazioni, che non conosceranno mai la vecchia Longarone ma sono profondamente grate a tutti quelli che hanno lavorato con fatica e orgoglio per ricostruire un paese esattamente dov’era. Più di un insegnamento si può trarre da questa storia: oltre al monito a rispettare la potenza della natura che speriamo almeno sia utile per il futuro, i fatti del Vajont insegnano che ricominciare si può. Questo non significa cercare di dimenticare o di sostituire, né tantomeno che non ci siano state colpe e un immenso dolore, ma che la vita continua anche dopo l’orrore e la forza dei longaronesi insegna a fare fronte alle difficoltà più grandi. Longarone è il simbolo che è possibile ricominciare da meno di zero.

Il ricordo oggi…

Oltre mezzo secolo è passato dalla tragedia, ma il ricordo è indelebile ed è ancora sentito da tutte le persone legate a Longarone. Ogni anno il 9 ottobre, dal 2013 “Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo”, si tiene la cerimonia solenne di commemorazione del disastro nel Cimitero Monumentale delle Vittime del Vajont a Fortogna. Numerosi Presidenti della Repubblica vi hanno fatto visita nel corso degli anni: Giuseppe Saragat, Sandro Pertini, Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi; in tempi più recenti i Presidenti del Consiglio Enrico Letta e Matteo Renzi. Anche Papa Giovanni Paolo II ha pregato nella cappella del Cimitero, che accoglie migliaia di visitatori all’anno da tutto il mondo. Inoltre l’Associazione Vajont, il futuro della memoria, organizza nell’ultima domenica di settembre la pedonata non competitiva I Percorsi della Memoria, una camminata nei pressi della diga, percorrendo tratti di strade interrotti o distrutti nel disastro del Vajont e sentieri un tempo utilizzati dalle genti di Casso, Erto, Castellavazzo e Longarone.

Alla diffusione dei fatti del Vajont contribuiscono diversi film e documentari, il più famoso il lungometraggio Vajont del 2001 del regista Renzo Martinelli e il monologo teatrale Il racconto del Vajont di Marco Paolini, ispirato dal libro Sulla pelle viva di Tina Merlin, giornalista bellunese che aveva già denunciato su L’Unità i rischi per la popolazione del progetto della diga prima della tragedia. Nel 2000 viene istituita l’Associazione Superstiti del Vajont e nel 2001 il Comitato per i Sopravvissuti del Vajont con lo scopo di ricordare quanto successo e mantenere viva la solidarietà fra superstiti. In occasione del 40° anniversario della strage è stata costituita la Fondazione Vajont, che si dedica all’organizzazione di mostre, convegni, alla catalogazione del materiale e alla ricerca in materia di difesa e valorizzazione della montagna nazionale alpina e in particolare della zone del Vajont.

*”Prima il fragore dell’onda, poi il silenzio della morte, mai l’oblio della memoria” versi dalla stele commemorativa posta all’ingresso del Cimitero Monumentale

Le foto storiche di Longarone appartengono all’archivio comunale di Belluno.

Isabella Feltrin

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