⌈Intervista a cura di Chiara Vannini⌉
In un territorio celebrato per l’eccellenza gastronomica, fare spazio all’essenziale significa cambiare prospettiva. È da questa scelta che nasce “A cena con…”, l’iniziativa della Caritas diocesana di Alba (Cn) che, per tutto il 2026, porterà quattordici chef delle Langhe e del Roero – sei dei quali stellati – a cucinare una volta al mese nella mensa Caritas di via Pola
Non un evento, ma un gesto continuativo. In un luogo che ogni sera prepara circa 65 pasti per persone senza dimora o in situazioni di fragilità, l’alta cucina si spoglia del superfluo e diventa strumento di relazione, dignità e ascolto. Non si offre solo un pasto, ma un’occasione di incontro in cui il cibo torna a essere linguaggio comune.
“La mensa non è solo un luogo dove si mangia, ma uno spazio di accoglienza», spiega don Domenico Degiorgis, direttore della Caritas diocesana albese. «La disponibilità degli chef del territorio è un segno concreto di responsabilità sociale”.
Un pensiero condiviso anche dal vescovo di Alba, mons. Marco Brunetti, che definisce l’iniziativa «un segno forte di una comunità che non lascia indietro nessuno».
Per gli chef coinvolti, cucinare in mensa significa uscire dalla logica della performance.
“Qui il valore umano è enorme. È un modo per restituire qualcosa al territorio che sceglie di non separare eccellenza e inclusione” , racconta Massimo Camia, titolare della Locanda Camia a Novello, in provincia di Cuneo.
Si è espresso anche Gianni Bertolini, patron della Locanda in Cannubi a Barolo, molto emozionato ad essere stato coinvolto nell’iniziativa:
“Per me è stato un vero privilegio essere stato selezionato tra le tante realtà ristorative del territorio per questo importante progetto: dare il proprio contributo attraverso la cucina, è un gesto che ha un enorme valore umano.”
Fare spazio all’essenziale vuol dire proprio questo: togliere le sovrastrutture e restare sull’umano. Per tutto il 2026, l’incontro tra alta cucina e fragilità quotidiana racconterà un’altra idea di comunità: meno superflua, più autentica.
L’ALTRAITALIA HA AVUTO IL PIACERE DI INCONTRARE IL DIRETTORE DEL PROGETTO E RESPONSABILE PROGETTO ” A CENA CON…” DELLA CARITAS DIOCESANA DI ALBA – DON DOMENICO – PER RACCONTARVI QUALCHE CURIOSITÀ IN PIÙ.
Chi è Don Domenico?
Sono entrato in seminario relativamente tardi, all’età di trent’anni, in un periodo della mia vita segnato da una certa confusione nelle scelte personali. Non sono stati anni semplici, ma proprio attraverso quel cammino sono riuscito, passo dopo passo, a definirmi più chiaramente come persona, nelle mie competenze professionali e nelle mie passioni. Ho così intrapreso il percorso sacerdotale tradizionale in parrocchia e sono diventato professore ordinario di Teologia morale e sociale presso l’Università di Fossano.
In quegli stessi anni, tuttavia, ho sempre avvertito dentro di me un desiderio profondo: spendermi in modo particolare per i giovani, credenti e non, soprattutto per quei ragazzi meno fortunati che avevano bisogno di un sostegno, anche solo di una motivazione per provare a fare “qualcosa” di buono della propria vita. In questo impegno cercavo — e continuo a cercare — un senso ulteriore del mio agire. Ancora oggi mi emoziona constatare come le attività svolte, e che continuo a portare avanti, abbiano spesso trovato in loro una realizzazione concreta, positiva e costruttiva
Come è arrivato a ritrovarsi a coordinare una serie di progetti presso proprio la Caritas di Alba?

©ph Silvia Muratore
Sono profondamente grato per il cammino che ho potuto compiere finora. Anche attraverso il servizio come cappellano del carcere di Alba, insieme alla diocesi, ai volontari e ai cuochi della mensa diocesana, mi sono trovato a condividere e ad affrontare situazioni che sono comuni a molte realtà Caritas presenti nelle città italiane. Ogni giorno cerchiamo di rispondere a bisogni concreti e immediati: prepariamo pasti caldi e curati, offriamo abiti in ottimo stato, e, per quanto ci è possibile, un letto e un riparo a chi ne ha bisogno.

Con lo stesso spirito è nato l’Emporio della solidarietà. Le famiglie della diocesi, dopo un percorso nei centri di ascolto, ricevono un punteggio — tradotto in una somma simbolica — commisurato alla loro situazione economica e allo scaglione ISEE di appartenenza. In base a questo, possono accedere all’Emporio negli orari di apertura. Qui i volontari accolgono, ordinano i prodotti provenienti dai supermercati, preparano i pacchi e accompagnano le famiglie a fare una spesa buona, pensata, consapevole, evitando sprechi e restituendo dignità a un gesto quotidiano.
Mi piace dire che il nostro impegno non si limita all’assistenza materiale: ci prendiamo cura delle persone, camminiamo con loro nei diversi percorsi di vita – civili e professionali-, imparando anzitutto ad ascoltarle e a far sì che la loro vita entri nella nostra, come segno della loro esistenza come esseri umani. È in questo accompagnamento paziente e rispettoso che riconosco il senso più profondo del nostro servizio.
Come nasce il progetto della Caritas di Alba con gli chef stellati del territorio?

È nato quasi per caso, davvero. Durante la cena, quel momento della giornata in cui mi siedo a tavola con i miei ragazzi e condividiamo pensieri, fatiche, emozioni, mi ha attraversato un’idea semplice e insieme luminosa: sarebbe stato bello, anzi, sarebbe stato grandioso, poter offrire loro un pasto “stellare”, preparato solo per loro, come segno di cura e di bellezza.
Non conoscevo personalmente gli chef del territorio. Così, con la naturalezza delle cose che devono accadere, ne ho parlato con il sindaco di Treiso, uomo ricco di relazioni e sensibilità. Da quella chiacchierata il filo si è dipanato fino alla Ciau del Tornavento… e poi, via via, ad altri incontri, altre disponibilità.
Non tutti gli chef coinvolti erano stellati, ed è stato allora che il titolo si è trasformato: da A cena con gli chef stellati è diventato semplicemente A cena con…. E in quell’ellissi, in quel non detto, si è aperto uno spazio ancora più vero. La proposta era chiara e disarmante nella sua semplicità: cucinare a partire dai prodotti recuperati dal nostro Emporio, oppure acquistati nei supermercati o dai verdurieri di zona. Prodotti comuni, quotidiani. Gli chef hanno aderito con entusiasmo, senza riserve.
Ho incontrato persone consapevoli di aver ricevuto molto dalla vita e desiderose, oggi, di restituire qualcosa: attraverso le mani, il sapere, la creatività di una cucina capace di trasformare il semplice in buono, e il buono in “buonissimo”. Alcuni di loro hanno scelto di non partecipare nemmeno alla prima conferenza stampa: un gesto silenzioso, ma eloquente, che diceva chiaramente il desiderio di dare a questo progetto un significato profondamente umano, lontano da ogni logica di visibilità o promozione.

Le cene continueranno fino a dicembre 2026, una volta al mese. Gli chef verranno a cucinare nella mensa della Caritas, e in ciascuno di loro ho riconosciuto una sincerità rara nell’adesione. Al di là delle stelle, dei nomi, della fama, ho incontrato uomini e donne autentici: presenti, attenti, capaci di passare tra i tavoli, di fermarsi, di guardare negli occhi. Ed è lì, in quei gesti semplici, che la cucina è diventata davvero un atto di umanità condivisa.
