Giovani Sommelier, diversi e nuovi custodi del vino

giovane sommelier

⌈a cura di Chiara Vannini⌉

I giovani non bevono vino? Forse stanno aspettando che il vino impari a parlare la loro lingua

Da tempo si ripete che i giovani abbiano voltato le spalle al vino. Un’idea semplice, quasi consolatoria, che però rischia di nascondere la complessità del presente.

Perché più che disinteresse, oggi sembra esserci una distanza: economica, culturale, narrativa. Il vino continua ad affascinare, ma spesso appare come un mondo chiuso, costoso, carico di codici che escludono invece di invitare.

Il nodo non è il gusto, ma l’accesso. Bottiglie sempre più care, ricarichi importanti nei ristoranti, linguaggi pensati per pochi. Per chi ha venti o trent’anni, e vive un tempo di precarietà, il vino rischia di diventare un lusso più che un piacere quotidiano. Non per questo viene rifiutato: semplicemente, viene rimandato.

Generazione di giovani sommelier
          Generazione di giovani sommelier

Eppure qualcosa sta cambiando. Una nuova generazione di professionisti – i nuovi sommelier – sta ripensando il ruolo del sommelier e il modo di raccontare il vino: meno distanza, più dialogo. Meno ritualità, più verità. Il vino torna a essere racconto di territori, di lavoro, di persone, non esercizio di stile o dimostrazione di competenza.

Il futuro del vino italiano passa da qui: dalla capacità di ascoltare, di aprirsi, di farsi nuovamente attraversare dal presente. Non serve convincere i giovani a bere di più, ma permettere loro di entrare, senza soggezione, in una cultura che è anche la loro. Se il vino saprà cambiare linguaggio, non perderà una generazione: la incontrerà.

Alfredo Diafano, sommelier del Bistrot Cannavacciuolo di Torino
Alfredo Diafano, sommelier del Bistrot Cannavacciuolo di Torino

Argomentazioni confermate dal sommelier di lungo corso, attento alle nuove dinamiche e profondo conoscitore del mestiere, del Bistrot Cannavacciuolo di Torino, Alfredo Diafano: “Negli ultimi anni il mondo del vino è cambiato profondamente, e non solo nei ristoranti. Si è chiusa una fase fatta di bottiglie iconiche aperte come performance, di etichette esibite sui social, di una competizione silenziosa a colpi di prezzo e rarità. Un periodo che, nel bene e nel male, ha acceso i riflettori sul vino, avvicinando anche chi non ne possedeva una conoscenza profonda. Uno spettacolo che ha ampliato il pubblico, ma che ha anche spinto il vino verso una dimensione più simbolica che quotidiana, fino a trasformarlo, per alcuni, in un bene di investimento più che di condivisione. Oggi quella bolla si è sgonfiata. L’accesso a certe bottiglie si è ristretto, la fascia media fatica, e il mercato – in Italia come altrove – ha dovuto fare i conti con nuove priorità. Ma proprio qui si apre una possibilità. Perché il vino non ha smesso di circolare: ha semplicemente cambiato direzione. Nei locali, anche da noi al Bistrot, nelle carte dei vini più attente, si aprono ancora bottiglie, ma diverse. Più vicine, più accessibili, spesso locali o poco conosciute. Carte più snelle, dinamiche, pensate per dialogare con pubblici differenti, tra calici quotidiani e vini più strutturati. È una selezione che nasce dalla responsabilità e dall’ascolto, non dalla rinuncia.

In questo contesto il ruolo del sommelier evolve, e lo fa in modo decisivo. Non è più solo narratore o custode di grandi nomi, ma ricercatore, mediatore, costruttore di equilibrio tra qualità e prezzo. Una figura chiamata a studiare, muoversi, conoscere territori e piccole aziende, per offrire scelte sensate in un momento di contrazione economica generale.

Anche i consumatori più giovani stanno cambiando: cercano vini più leggeri, un approccio più consapevole, un’idea di piacere che tenga insieme qualità, benessere e sostenibilità economica. Bevono meno, ma meglio. E chiedono al sommelier non uno storytelling invasivo, bensì onestà, competenza e visione.

È qui che la nuova generazione di professionisti fa la differenza. In un tempo di crisi, il sommelier torna a essere centrale non per ciò che mostra, ma per ciò che sceglie.

E nel sostenere le piccole realtà, nel costruire carte curiose e accessibili, nel rimettere il vino al centro dell’esperienza quotidiana, sta forse scrivendo la parte più interessante del futuro del vino.

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