Lucia Dalmasso nasce il 28 maggio 1997 a Feltre, nel cuore delle Dolomiti. La montagna non è uno sfondo, è un’abitudine. Gli sport invernali arrivano presto e diventano un orizzonte naturale. Da giovane sceglie lo sci alpino, entra nei gruppi federali, viene inserita nel progetto Futur della nazionale: una carriera avviata, ordinata, con una direzione precisa.
Poi quella direzione si interrompe.
Durante un allenamento sulla Stelvio subisce la rottura del legamento crociato di entrambe le ginocchia. Non è solo uno stop fisico: è la fine di un percorso che sembrava già scritto. Lo sci, semplicemente, non è più possibile come prima.
Lucia però non esce dallo sport. Cambia linguaggio.

Lo snowboard, che fino a quel momento era rimasto ai margini, diventa una possibilità concreta. Non una scelta romantica, ma necessaria. Ricominciare significa accettare un corpo diverso, tempi lunghi, aspettative ridimensionate. È una seconda carriera costruita senza clamore, con pazienza e continuità.
Negli anni successivi arrivano i segnali che la strada è quella giusta: risultati internazionali, podi, una crescita costante. Non una scalata improvvisa, ma un percorso solido, credibile.
Alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, a Livigno, Lucia Dalmasso conquista il bronzo nello slalom gigante parallelo di snowboard.
È una gara italiana contro un’altra azzurra, ma il significato va oltre il risultato. Al traguardo si ferma, si piega, piange. Non è l’esultanza per una vittoria: è la somma di tutto quello che è stato rimesso in piedi nel tempo.
Quella medaglia non racconta solo un successo sportivo. Racconta il diritto di ricominciare quando una prima strada si chiude, di restare dentro ciò che si ama anche cambiandone la forma. È una storia di sport, sì, ma soprattutto di continuità umana.
