⌈L’EDITORIALE DEL LUNEDÍ⌉
A Natale si parla spesso di chi può festeggiare e chi no. Di tavole piene e di tavole vuote, di luci accese e di silenzi che pesano. Ma c’è un’altra Italia, meno visibile, che rende il Natale bello non per quello che ha, ma per ciò che trasmette. È fatta di storie lunghe, pazienti, nate lontano dai riflettori. Storie che profumano di lavoro, ostinazione e futuro. Come quella del Biscottificio Maggiora.
Tutto comincia a Refrancore d’Asti, con Ermenegildo Maggiora, contadino con una bicicletta e un’intuizione: trasformare il biscotto da lusso in alimento quotidiano, accessibile a tutti. Di notte impasta, all’alba consegna. Negli anni, il laboratorio cresce, si trasferisce a Collegno, alle porte di Torino, e prende forma lo stabilimento industriale, primo passo verso l’innovazione produttiva.

Quei biscotti venduti sfusi, poi confezionati a prezzi accessibili, raccontano una possibilità: che il progresso non sia solo per pochi, che anche la dolcezza possa diventare quotidiana. È l’altra Italia: quella che innova senza dimenticare le radici, che costruisce futuro partendo da un gesto umile, fatto di mani e memoria.
Poi arriva Giuseppe “Gip” Maggiora, figlio e artista, che porta il Biscottificio dentro il linguaggio della modernità e del marketing, con campagne pubblicitarie memorabili. Ma, parallelamente, coltiva un mondo interiore potente e inquieto. Nelle sue tele c’è la madre, la donna, la guerra, la famiglia. C’è l’Italia privata, quella che non finisce nei bilanci ma resta nelle stanze di casa.
Oggi, quel fuoco creativo vive nelle nuove generazioni, in Villa La Maggiorana, trasformata in scuola di arte culinaria, e nel panettone che porta il nome della famiglia. Storie come questa ci ricordano che il Natale non è solo luci, regali e consumi: è memoria che diventa progetto, lavoro che attraversa il tempo, dolcezza che resta con noi.

E allora sì: è anche grazie a storie belle come questa se il Natale, almeno un po’, almeno ogni tanto, continua a essere davvero speciale.
