Decluttering non è buttare via: è scegliere

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⌈L’editoriale del Lunedì⌉

In Italia accumuliamo per storia e per paura. Case piene, agende sature, ruoli che continuiamo a interpretare anche quando non ci somigliano più. Per questo il decluttering, da noi, non è mai solo una questione di ordine: è una questione culturale.

Negli ultimi anni la parola è stata addomesticata dal lifestyle. Scatole, etichette, tutorial. Ma il punto non è sistemare: è decidere. Decidere cosa resta e cosa no. E soprattutto perché.

Buttare via un oggetto non è un gesto neutro in un Paese cresciuto nella scarsità e nell’incertezza. Ogni cosa conservata diventa una garanzia simbolica, un “non si sa mai”. Ma l’ingombro vero non è negli armadi: è nel rumore costante che ci chiede di essere sempre produttivi, sempre presenti, sempre performanti.

Fare decluttering significa sottrarsi a questa logica. Dire che non tutto va ottimizzato, accumulato, mostrato. È una pratica di scelta e, in questo senso, anche politica: difendere tempo, attenzione ed energia come risorse finite.

C’è poi il lato più scomodo. Fare spazio vuol dire affrontare il silenzio. Quando togliamo l’eccesso emergono domande che avevamo rimandato: di cosa ho davvero bisogno? cosa sto tenendo solo per abitudine o paura?

Fare "decluttering" significa anche donare o lasciare il superfluo e il "vecchio"
Fare “decluttering” significa anche donare o lasciare il superfluo e il “vecchio”

In un Paese che fatica a lasciare andare modelli superati di lavoro, successo e identità, il decluttering può diventare una metafora necessaria. Non per cancellare il passato, ma per scegliere cosa portare con sé.

Fare spazio non significa avere di meno. Significa avere ciò che conta. E forse l’altra Italia possibile comincia proprio da qui.

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