I Go Italian: quando la gastronomia diventa rete culturale globale

I go Italian

C’è un’Italia che non passa dai confini geografici, ma dalle tavole. Un’Italia che viaggia con i prodotti, le mani, le storie di chi ha portato altrove un modo di intendere il cibo come relazione, memoria, lavoro. È da questa Italia diffusa che nasce il progetto I G0 Italian, la prima rete internazionale che mette in connessione operatori della gastronomia italiana nel mondo ispirandosi ai valori riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Il 15 gennaio, a Milano, nella Sala Falck di Assolombarda, sono state consegnate le prime targhe agli imprenditori aderenti al progetto. In platea, una comunità composita: ristoratori, produttori, chef, imprenditori dell’agroalimentare, giornalisti e operatori del settore. Non una semplice cerimonia, ma il segnale di un bisogno diffuso di riconoscimento e di racconto.

Il punto non è la certificazione, né l’ennesimo marchio di qualità. I G0 Italian nasce infatti come rete culturale prima ancora che economica: un sistema che valorizza chi, nei diversi contesti del mondo, pratica la cucina italiana non come repertorio di ricette, ma come insieme di saperi, ritualità, convivialità e legame con i territori. Come è stato sottolineato dai promotori, il riconoscimento UNESCO non riguarda “un elenco di piatti”, ma un patrimonio vivo fatto di persone e comunità.

In questo senso, il progetto intercetta un nodo centrale per l’Italia contemporanea: il rapporto tra agricoltura, filiere produttive, ristorazione e immaginario culturale. Dalla grande distribuzione specializzata alle piccole botteghe artigiane, dalle trattorie all’estero ai produttori radicati nei territori, emerge una stessa funzione: fare da ponte tra il Made in Italy reale e quello percepito nel mondo.

Le testimonianze arrivate da Germania, Olanda, Belgio, Stati Uniti, ma anche dalla Sicilia e dalla Lombardia, raccontano un’Italia che educa al gusto, costruisce mercati, crea occupazione, influenza abitudini alimentari e modelli di consumo. Un’Italia che, come ha ricordato uno degli imprenditori premiati, “ha esportato il palato prima ancora dei prodotti”, aprendo spazi di mercato a piccole realtà familiari che difficilmente avrebbero avuto accesso ai circuiti internazionali.

Il valore economico si intreccia così a quello culturale. Nei ristoranti italiani all’estero non si consuma solo cibo: si sperimenta un tempo diverso, una forma di accoglienza, una socialità che spesso non appartiene alle culture ospitanti. Qualcuno ha parlato di “educazione al gusto”, qualcun altro di “sentirsi in famiglia”. Espressioni semplici che restituiscono però la portata profonda del fenomeno.

Non manca il legame con con il ritorno alle origini. Alcune esperienze raccontano di territori che, partendo dall’agricoltura e dalla trasformazione dei prodotti, diventano luoghi di esperienza culturale: cucina, teatro, musica, memoria. In particolare nel Sud, la gastronomia diventa anche strumento di riconnessione per le seconde generazioni di emigrati, che attraverso il cibo ritrovano un’identità emotiva prima ancora che geografica.

C’è poi il tema del futuro. Formazione, trasmissione delle competenze, ricambio generazionale: senza questi elementi, l’Italia della tavola rischia di restare un racconto nostalgico. Diversi interventi hanno sottolineato l’urgenza di investire sui giovani, affinché il patrimonio gastronomico non sia solo conservato, ma reinterpretato con consapevolezza.

In un contesto globale in cui l’italian sounding continua a generare distorsioni e semplificazioni, I G0 Italian prova a proporre un’altra strada: non difendere un marchio, ma rafforzare una comunità. Mettere in rete storie credibili, filiere tracciabili, pratiche coerenti. Affidare la reputazione non a un bollino, ma alle persone.

Forse è questa l’altra Italia che vale la pena osservare: quella che non urla, non spettacolarizza, ma lavora ogni giorno per tenere insieme economia, cultura e identità.

Un’Italia che, lontano dai confini nazionali, continua a raccontarsi attraverso il gesto più antico e universale: condividere il cibo.

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