⌈di Chiara Vannini⌉
La sostenibilità è diventata una parola onnipresente, ma sempre meno un concetto condiviso. Evocata come valore, richiesta come requisito, raramente viene affrontata per ciò che è davvero: una questione di scelte, di costi e di governo dei processi. Nel settore agroalimentare questa ambiguità è particolarmente evidente, perché riguarda il cibo, cioè un bisogno quotidiano, concreto, inevitabilmente legato a prezzo, qualità e accessibilità.
Il dato dell’Osservatorio Shopper Marketing for Conscious Shopping 2024 è eloquente: il 72% delle famiglie italiane non può o non vuole scegliere prodotti sostenibili. Non per mancanza di sensibilità, ma perché la sostenibilità viene spesso percepita come qualcosa che “costa di più”, senza che sia chiaro chi debba sostenerne davvero il peso. È qui che la parola rischia di svuotarsi, trasformandosi in un’etichetta più che in una direzione.

Da questo paradosso prende le mosse ‘Permettersi la sostenibilità. Come governare il cambiamento’, il nuovo libro di Deborah Zani. Il volume sposta il focus dal comportamento individuale alla governance, interrogando il ruolo delle imprese e delle filiere nel rendere la sostenibilità economicamente e socialmente praticabile. Attraverso quattordici interviste a protagonisti del mondo imprenditoriale, istituzionale e scientifico, emerge un messaggio chiaro: la sostenibilità non è un costo accessorio né una compliance, ma una scelta industriale che richiede visione, leadership e capacità di redistribuire costi e benefici lungo la filiera.
Una riflessione che trova una significativa corrispondenza anche sul piano delle pratiche. A Firenze, durante la tavola rotonda “Cucinare il futuro: quando la sostenibilità parte dalla cucina”, promossa in collaborazione con Slow Food Toscana, istituzioni, ricercatori e realtà territoriali, la sostenibilità è stata riportata a una scala quotidiana attraverso l’esempio della cassetta di cottura. Uno strumento semplice, antico, che consente di ridurre drasticamente consumi energetici e sprechi grazie a una progettazione intelligente, all’uso di materiali di recupero e a una visione di ciclo di vita completo.

Non è tanto l’oggetto in sé a essere interessante, quanto il metodo che lo sottende: pensare la sostenibilità non come rinuncia o sacrificio, ma come progettazione consapevole dei processi. Un approccio che Slow Food da tempo prova a portare nel dibattito sul cibo, mettendo in relazione ambiente, lavoro, cultura e comunità.
Il punto di contatto tra la governance aziendale raccontata nel libro di Zani e una pratica domestica come la cassetta di cottura sta proprio qui: la sostenibilità non è mai un gesto isolato. È un sistema di decisioni coerenti che devono durare nel tempo e che non possono scaricare i costi né sul consumatore né sul futuro.
Forse è da questa chiarezza che bisognerebbe ripartire. Meno slogan, meno retorica del “green facile”, e più attenzione a ciò che rende davvero sostenibili le scelte: la capacità di governare il cambiamento, nel cibo come nell’impresa, rendendolo possibile per molti e non solo per pochi.
Per L’Altra Italia la sostenibilità non è un’idea lontana né un privilegio: è ciò che facciamo ogni giorno per far quadrare i conti, non sprecare, scegliere con attenzione, prenderci cura di ciò che abbiamo. È una sostenibilità prima di tutto economica e sociale, fatta di gesti comuni e decisioni concrete. Raccontarla significa riconoscere un sapere diffuso che già esiste e che merita di essere messo al centro.
