Cristina Mercuri prima donna italiana Master of Wine: cosa significa per il vino italiano

Cristina Mercuri

C’è un titolo che, nel mondo del vino, pesa come un oro olimpico. Si chiama Master of Wine ed è tra i riconoscimenti più selettivi e rigorosi a livello internazionale. Viene conferito a Londra dall’Institute of Masters of Wine dopo un percorso che richiede anni di studio, esami scritti, degustazioni alla cieca di altissimo livello e una tesi finale.

Per la prima volta, a conquistarlo è una donna italiana: Cristina Mercuri.

Non basta conoscere il vino. Occorre padroneggiarne tecnica, mercati, cultura, comunicazione, visione globale. Occorre metodo. E una disciplina che resista negli anni.

Toscana d’origine, milanese d’adozione, Mercuri è founder e CEO di Mercuri Wine Club, realtà che unisce consulenza strategica e formazione. Lavora con cantine, ristoranti e professionisti per sviluppare posizionamento e cultura del vino, integrando strumenti tradizionali e digitali. Accanto all’attività B2B, promuove percorsi formativi e borse di studio dedicate ai giovani e alle donne, con l’obiettivo di rendere il settore più inclusivo e meritocratico.

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La sua tesi conclusiva ha unito vino, storia e analisi culturale, indagando la rappresentazione femminile nella comunicazione enologica del Novecento. Un lavoro che non guarda solo al prodotto, ma al linguaggio che lo racconta, agli stereotipi che lo attraversano e al ruolo delle donne in un settore ancora in trasformazione.

Per L’Altraitalia, questa è una notizia che parla di competenza e visione. Non un successo improvviso, ma il risultato di anni di studio e costanza. Non solo un traguardo personale, ma un segnale per tutto il vino italiano. Ecco la sua voce:


1. Diventare la prima donna italiana Master of Wine non è solo un traguardo professionale: è anche un messaggio culturale. Quanto hanno inciso le tue radici nel costruire la disciplina necessaria per arrivare fin qui?

Le radici contano più di quanto immaginiamo. La disciplina non nasce davanti alla commissione d’esame, ma molto prima: nell’educazione ricevuta, nel senso di responsabilità verso ciò che si sceglie di fare, nell’idea che il lavoro abbia valore anche quando nessuno lo vede.

La famiglia mi ha trasmesso due principi fondamentali: rispetto per il lavoro e fierezza nelle proprie scelte. Durante il percorso MW ci sono stati anni in cui il traguardo sembrava lontano. In quei momenti non è l’ambizione a sostenerti, ma l’abitudine alla costanza.

Essere la prima donna italiana a ottenere questo titolo ha quindi anche un significato culturale: dimostra che ciò che appare irraggiungibile diventa possibile quando studio, metodo e determinazione diventano parte della propria identità.


2. Hai lasciato una carriera da avvocata per ripartire nel mondo del vino. Nei momenti di dubbio, cosa ti ha ricordato che stavi inseguendo una visione e non soltanto un titolo?

Lasciare la professione legale è stata una scelta razionale prima ancora che emotiva. Nel vino Cristina ha riconosciuto uno spazio in cui unire analisi, cultura e comunicazione, applicando lo stesso rigore maturato negli anni precedenti.

Il percorso MW dura anni, mette in discussione certezze, costringe ad accettare il fallimento come parte del processo. I dubbi sono inevitabili.

Ciò che mi ha  sostenuta non è stata l’ossessione per il titolo, ma la chiarezza della direzione: contribuire a un modo più moderno, consapevole e inclusivo di raccontare il vino. Il titolo è arrivato alla fine. La visione era già chiara molto prima.


3. Oggi sei un riferimento internazionale. Se dovessi parlare a una giovane professionista con un sogno ancora indefinito, diresti che diventare Master of Wine significa soprattutto studio o responsabilità?

La risposta è entrambe le cose, ma in ordine preciso.

Lo studio è enorme: richiede metodo, pensiero critico, umiltà davanti alla complessità del vino. Ma una volta raggiunto quel livello, cambia il ruolo. Si entra in una conversazione globale e si acquisisce una responsabilità verso il settore.

Questa responsabilità include anche le donne che verranno dopo. Essere la prima italiana non è un punto d’arrivo individuale, ma un segnale collettivo: il settore può diventare più aperto, meritocratico e rappresentativo.

Per troppo tempo alle donne è stato detto di restare al proprio posto. Oggi quello spazio può essere occupato con competenza, preparazione e voce propria.

 

 

Chiara Vannini

 

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