La Liguria che sorprende: una lunga spiaggia, un giardino sul mare e una cucina giapponese che guarda al Mediterraneo
Chi frequenta la Riviera di Ponente probabilmente lo conosce. Il Mare Hotel è quella costruzione che si incontra percorrendo il lungomare savonese, un edificio che, a dire il vero, non è forse il primo che viene in mente quando si pensa alla bellezza della Liguria.
Eppure basta entrare per cambiare idea.

È uno di quei piccoli cortocircuiti che rendono interessante l’Italia meno conosciuta: ciò che dalla strada può sembrare ordinario, una volta attraversata la soglia rivela un mondo completamente diverso.
Il Mare Hotel si affaccia sul lungo litorale sabbioso di Zinola, all’estremo ponente della città. Un arenile ampio e disteso, una caratteristica tutt’altro che scontata in una Liguria fatta soprattutto di calette, scogli e piccoli lembi di costa.

Qui il mare incontra un giardino rigoglioso, palme, piscine e un’atmosfera quasi tropicale. Il Marea Beach Club diventa così un luogo dove trascorrere una giornata intera senza la necessità di cercare altro: lettini, grandi ombrelloni, daybed con baldacchino, due infinity pool di acqua di mare, una delle quali con idromassaggio, e il ritmo lento delle giornate d’estate.


Ma c’è un’altra cosa che colpisce, e che spesso fa la differenza quando si soggiorna in un luogo: il modo in cui ci si sente accolti.
Durante il mio soggiorno, al Mare Hotel mi hanno coccolata con quella cura discreta che non ha bisogno di essere esibita. A guidare la struttura c’è Francesco Polzani, giovane direttore con una solida esperienza nell’hotellerie di alto livello, attento a ogni dettaglio e soprattutto alla relazione con l’ospite.

È una presenza che si percepisce senza imporsi e che contribuisce a rendere il soggiorno più personale.
Poi, quando il sole comincia a scendere, arriva un’altra sorpresa.

A bordo piscina prende vita il Sushi Beach, e qui la storia si fa ancora più interessante. Perché trovare un ristorante giapponese di questo livello a Savona, affacciato sul Mediterraneo, non è esattamente quello che ci si aspetterebbe.
Il progetto nasce nel 2009 dall’intuizione di Alberto Tiranini, ispirato dai suoi numerosi viaggi in Oriente e dalla volontà di creare un punto d’incontro tra la cultura gastronomica giapponese e la qualità del pescato ligure. Una scommessa diventata negli anni una precisa identità, fino al riconoscimento delle Due Bacchette del Gambero Rosso.
Alberto è una figura che racconta bene questa vocazione al viaggio. Cosmopolita, curioso, grande viaggiatore, è legato a una famiglia che da generazioni ha fatto dell’ospitalità una professione e una forma di cultura. Ma il suo mondo non si ferma al sushi.

Tra i progetti che sta portando avanti c’è anche un Pigato, “Portami in Liguria”, nato da un’idea del padre Claudio e diventato realtà grazie al lavoro di Alberto: un vino prodotto in piccole quantità, che racconta un’altra sfaccettatura del rapporto della famiglia con questa terra. Anche il nome è una piccola storia: un invito a tornare qui, a riconoscere la Liguria attraverso un bicchiere.

È forse questa la cifra più interessante del Sushi Beach: il Giappone non viene semplicemente portato in Liguria, ma entra in dialogo con ciò che la Liguria è.

La carta parte dai grandi classici – sushi, sashimi, nigiri, temaki, gunkan e hosomaki – e li interpreta con ingredienti del territorio. Il pescato ligure incontra agrumi, verdure, erbe aromatiche e prodotti italiani, in una cucina contemporanea dove Oriente e Mediterraneo si parlano senza perdere la propria identità.

Il New Style Sashimi di salmone e ricciola ne è un esempio perfetto: yuzu, zenzero ed erba cipollina accompagnano il pesce, mentre pomodoro in tempura e ravanello aggiungono freschezza e croccantezza. Un piatto profumato, leggero, costruito sul contrasto tra morbidezza e consistenza.

Ancora più curioso è il Gunkan Fassona. La forma ricorda una piccola nave da guerra, da cui deriva il nome, ma dentro quella struttura di riso e alga nori troviamo una tartare di Fassona, maionese al tartufo, tenkatsu e tartufo nero rapé. Un boccone che unisce Piemonte e Giappone e che, non a caso, viene consigliato di mangiare con le mani, possibilmente in un’unica volta.

Ci sono poi i gyoza alle verdure e una proposta che guarda anche al mondo vegetariano e vegano, insieme a salse che raccontano ulteriormente questa libertà di contaminare: dalla salsa al pomodoro leggermente piccante, più mediterranea, a quella di soia, aceto di mele e cipolla, dove sapidità, acidità e profumi trovano equilibrio.

È una cucina che non pretende di trasportarti altrove.
Fa qualcosa di più interessante: ti fa guardare il luogo in cui sei con occhi diversi.
E forse è proprio questo il senso dell’Altra Italia. Scoprire che dietro una facciata che abbiamo visto mille volte passando sul lungomare può nascondersi un giardino, una spiaggia, una piscina, una terrazza sul mare e una cucina capace di viaggiare fino in Giappone senza perdere l’accento ligure.