Quando si pensa alla Valle d’Aosta, il pensiero corre quasi inevitabilmente alla Fontina, alla mocetta, ai grandi vini di montagna. Eppure, di fronte alla Val di Cogne, c’è un luogo in cui un’altra eccellenza racconta una storia meno conosciuta e forse proprio per questo più sorprendente: quella delle mele.

È Saint-Pierre, nel cuore della Valle d’Aosta, poco sopra la conca di Aosta, adagiato tra le montagne e affacciato su un paesaggio in cui i versanti salgono verso le vette alpine e, più in basso, la valle si apre luminosa. È una comunità di persone, prima ancora che una destinazione: un luogo in cui la pace del paesaggio si intreccia con l’operosità quotidiana di chi vive e lavora questa terra.

Qui il ritmo della montagna non è soltanto quello del turismo, ma quello, concreto e quotidiano, di una comunità che coltiva, produce, accoglie. Ed è proprio questa autenticità, fatta di lavoro, ospitalità e bellezza discreta, a rendere Saint-Pierre anche una meta turistica molto apprezzata.

In questo paesaggio, dove la severità delle Alpi incontra pendii più dolci e luminosi, le mele hanno trovato un habitat sorprendentemente favorevole. Altitudine, esposizione, luminosità e forti escursioni termiche tra il giorno e la notte contribuiscono a creare condizioni ideali per la frutticoltura e a regalare ai frutti profumi e caratteristiche particolari.

È quasi una sorpresa scoprirlo, perché quando si parla di mele il pensiero corre subito al Trentino-Alto Adige, considerato nell’immaginario collettivo la grande capitale italiana della melicoltura. Ma anche la Valle d’Aosta può rivendicare una propria vocazione, radicata nel territorio e in una tradizione agricola che merita di essere conosciuta e valorizzata. A Saint-Pierre i frutteti fanno parte del paesaggio e raccontano una Valle d’Aosta diversa da quella che siamo abituati a immaginare.

Una Valle d’Aosta che non è soltanto Fontina e mocetta — anche se proprio la mocetta, con la sua sapidità e il suo carattere, trova nella dolcezza e nella freschezza della mela un abbinamento naturale e sorprendentemente felice — ma anche frutta, coltivazioni e lavoro agricolo.

Per conoscere meglio questa realtà siamo andati a Saint-Pierre e abbiamo incontrato il tecnico agronomo di Cofruits – il giovane Mathieu – : la realtà è impegnata con successo nella raccolta e nella valorizzazione della produzione frutticola valdostana. Con lui abbiamo parlato di mele e di territorio, di agricoltura di montagna e delle ragioni per cui proprio qui, ai piedi delle Alpi e di fronte alla Val di Cogne, una produzione così delicata ha trovato il suo luogo ideale.
Perché forse è tempo di guardare alla Valle d’Aosta anche con occhi diversi: non soltanto come terra di grandi pascoli, formaggi e salumi, ma come una piccola e sorprendente capitale delle mele.
1. Cofruits nasce nel 1964 come cooperativa dei produttori di mele. Com’è cambiata in questi decenni la melicoltura valdostana e qual è oggi il ruolo della cooperativa?

Mathieu: Cofruits nasce nel 1964 proprio per dare ai produttori di mele un luogo dove conferire e commercializzare la propria produzione. All’epoca l’agricoltura aveva ancora un ruolo fondamentale nella vita delle famiglie: soprattutto a Saint-Pierre, molte famiglie avevano piccoli appezzamenti di meli, coltivati anche per il consumo familiare. Una parte delle mele veniva conservata per l’inverno, mentre il resto veniva conferito alla cooperativa.

Negli anni la situazione è cambiata, come è avvenuto in molti altri settori agricoli. Con la crescita del lavoro nelle fabbriche e negli uffici, molte famiglie hanno progressivamente abbandonato l’agricoltura. I soci sono quindi diminuiti, passando dai circa 150-180 di un tempo agli attuali 60. La produzione, però, è rimasta sostanzialmente invariata: questo significa che i piccoli produttori hanno progressivamente chiuso, mentre le aziende più grandi hanno ampliato le proprie superfici.

Cofruits continua a occuparsi di tutta la gestione successiva al conferimento: dalla raccolta alla conservazione, dalla selezione alla commercializzazione. Negli ultimi anni abbiamo inoltre ampliato i nostri rapporti e gli scambi tecnici e commerciali con altre realtà del settore, che ci permette di confrontarci maggiormente con altre zone italiane vocate alla melicoltura.
2. La Valle d’Aosta è conosciuta soprattutto per Fontina, mocetta e vino, mentre la sua vocazione alla produzione di mele è molto meno nota. Quali sono le caratteristiche che rendono questo territorio particolarmente adatto alla melicoltura?
Mathieu: La Valle d’Aosta ha condizioni molto favorevoli alla coltivazione delle mele. Nelle zone che lo permettono, indicativamente tra gli 800 e i 1.000 metri di altitudine, si possono ottenere produzioni di qualità. Abbiamo anche soci che coltivano i propri frutteti intorno ai 1.000 metri.

L’altitudine, l’esposizione, la luminosità e soprattutto le escursioni termiche contribuiscono alla qualità del prodotto. Naturalmente, salendo ulteriormente di quota, il principale problema diventa il calibro dei frutti.
Il nostro limite è stato anche quello di essere rimasti per molto tempo concentrati sul mercato locale. La Valle d’Aosta ha un turismo importante e un mercato interno forte e questo ci ha portati, in parte, a rimanere chiusi nella nostra realtà. In realtà esiste una produzione di mele valdostane importante e di qualità, ma è ancora poco conosciuta fuori dalla regione.

Anche per questo oggi cerchiamo di sviluppare maggiormente i rapporti con altre realtà melicole italiane. Abbiamo scambi tecnici con produttori del Trentino e collaborazioni che ci permettono di confrontarci sulla difesa, sulla gestione dei frutteti e soprattutto sulla conservazione.
3. Quest’anno caldo e scarsità di precipitazioni hanno riportato al centro il tema della crisi idrica. Quanto hanno sofferto i meleti e quali sono le prospettive per il futuro, considerando anche la dipendenza dalle acque di fusione di neve e ghiacciai?
Mathieu: Quest’anno non abbiamo avuto impianti rimasti senza acqua, soprattutto perché la maggior parte dei nostri sistemi di irrigazione utilizza risorse legate alla fusione della neve e dei ghiacciai. Finché questa risorsa è disponibile, riusciamo quindi a garantire l’acqua necessaria alle coltivazioni.

Anche i sistemi di irrigazione sono cambiati molto. Quelli per aspersione sono ormai quasi completamente abbandonati perché comportano un grande spreco d’acqua. Oggi utilizziamo soprattutto l’irrigazione localizzata, a goccia o con microidratori, che permette di impiegare quantità molto più contenute e di portare l’acqua direttamente alla pianta.
Il problema è quello che potrebbe accadere nei prossimi anni. Se dovessimo avere più stagioni consecutive caratterizzate dalle temperature e dalla scarsità d’acqua di quest’anno, gli impianti attualmente disponibili potrebbero non essere sufficienti. La questione della gestione della risorsa idrica diventa quindi fondamentale.

In Valle d’Aosta abbiamo sempre avuto periodi di siccità nei mesi di luglio e agosto, ma oggi il caldo arriva prima e le temperature sono sempre più elevate. Inoltre, quando piove, spesso piove molto, ma i terreni sono piuttosto sciolti e trattengono poca acqua: dopo pochi giorni gran parte della risorsa è già defluita.
Per questo sarà fondamentale riuscire a conservare l’acqua nei periodi in cui è disponibile, anche attraverso la realizzazione di invasi. Il cambiamento climatico per l’agricoltura di montagna rende ormai indispensabile affrontare il problema della gestione dell’acqua con una prospettiva di lungo periodo.