Se la nostalgia ci impedisce di guardare al futuro


C’è un cortocircuito culturale tutto italiano che il debutto della Ferrari Luce ha messo a nudo con ferocia: l’ossessione di massa per la difesa di tradizioni che non ci appartengono e che, ironicamente, non potremmo comunque permetterci.

Da settimane il web è invaso da critiche contro la prima vettura 100% elettrica di Maranello. Il coro social è unanime: “Hanno ucciso il mito”“Enzo Ferrari si rivolta nella tomba”. Ma c’è un dettaglio che fa sorridere: il 99% di chi urla al sacrilegio non ha mai posseduto una Ferrari, né mai la possederà. Eppure, molti si comportano come custodi non pagati di un museo sacro. Esigiamo il progresso in tasca, compriamo smartphone ogni anno, ma pretendiamo che le Rosse restino ferme al secolo scorso a bruciare benzina. 

È lo stesso identico meccanismo che applichiamo al cibo: difendiamo a spada tratta la ricetta “tradizionale” della nonna contro ogni variante moderna, senza accorgerci che la nostra cucina è da sempre frutto di contaminazioni e scoperte.

La verità è che l’innovazione spaventa, ma è l’unica strada per non morire. Se i marchi storici non mutano, diventano polverosi pezzi da esposizione. Lo abbiamo già visto con la Fiat 500e o con l’evoluzione della Panda. Auto nate popolari, simboli identitari di un’intera nazione, che nel tempo si sono trasformate, hanno abbracciato i motori elettrici e hanno cambiato pelle. All’inizio tutti hanno storto il naso, ma oggi quelle auto muovono le nostre città perché la società cambia e le persone mutano.

Non sarebbe forse ora di guardare al vecchio con un occhio languido, sì, ma tenendo la testa rivolta verso il futuro? I super-ricchi la Ferrari Luce da 550.000 euro l’hanno già comprata, riempiendo i registri degli ordini per i prossimi anni. I clienti vanno avanti ed evolvono. Chi critica, invece, rischia di restare a terra a difendere un passato che non c’è più, dimenticando che persino il Cavallino Rampante, per continuare a correre, ha bisogno di guardare avanti. Altrimenti, da questa trappola della nostalgia, non se ne viene fuori