Ci sono storie che parlano di sport, e altre che usano lo sport per raccontare qualcosa di molto più grande. È il caso del Tennis Club Alpignano, alle porte di Torino, dove da anni il tennis è diventato uno strumento di inclusione per gli atleti di Special Olympics.

Un percorso costruito con costanza, che oggi coinvolge non solo il circolo e i suoi tecnici, ma anche il territorio, le famiglie e le istituzioni locali, con l’obiettivo di creare opportunità di autonomia, relazione e partecipazione. Il Tennis Club Alpignano, fondato nel 1968, è uno dei punti di riferimento sportivi della cintura torinese e negli ultimi anni ha rafforzato il proprio impegno nell’inclusione attraverso progetti dedicati alle persone con disabilità intellettiva.

In vista della giornata del 26 luglio, abbiamo raccolto le riflessioni della presidente del circolo – la nota nutrizionista piemontese, Dott. ssa Felicina Biorci– e di Luca Trisoglio, vice coordinatore nazionale Special Olympics per il tennis, per capire cosa significhi davvero fare inclusione attraverso lo sport. Ne emerge un racconto lontano dalla retorica: fatto di allenamenti, lavoro quotidiano, autonomia conquistata e comunità che cresce insieme.


1. (Alla Presidente)

Nel vostro progetto si parla di disabilità intellettiva e non fisica: quanto lo sport, e in particolare il tennis, diventa una forma di “nutrizione dell’anima” per questi ragazzi?

Mi occupo di nutrizione per lavoro. La studio, la insegno, la applico ogni giorno e continua ad affascinarmi. Perché la nutrizione non è soltanto ciò che introduciamo con il cibo. È anche relazione, emozione, cura, appartenenza. E in questo anno di esperienza con gli atleti Special Olympics ho avuto la fortuna di essere io, per prima, a essere nutrita dalla loro intensità e dalla loro autenticità. Gli atleti Special Olympics, molti dei quali si allenano tutto l’anno presso il nostro circolo, ci ricordano ogni giorno che il tennis non è soltanto attività fisica. È impegno, costanza, amicizia, senso di squadra e desiderio di migliorarsi.

La disabilità intellettiva c’è, ed è reale. Comporta fatiche, ostacoli e richiede alle famiglie un impegno straordinario. Ma quando si entra in campo si gioca tutti insieme. Si fa il tifo gli uni per gli altri. Si applaude un bel colpo, un punto conquistato, un gesto di coraggio o di fair play, indipendentemente da chi lo compie.

Lo sport non cancella le differenze, ma crea uno spazio in cui ciascuno può esprimersi e sentirsi parte di qualcosa.

Forse è proprio questo il regalo più grande che questi ragazzi fanno a noi: ricordarci che, nello sport come nella vita, ci si nutre un po’ a vicenda.

2. (A Luca Trisoglio)

Nel tuo ruolo di coordinatore dello Special Tennis, che valore ha portare progetti come questo sui territori e cosa cambia davvero nella vita dei ragazzi coinvolti?

Faccio parte del progetto Special Olympics dal 2009. Ho iniziato seguendo un piccolo gruppo di persone di età diverse, per poi assumere l’incarico di coordinatore regionale.

Successivamente mi è stato proposto il ruolo di tecnico nazionale e oggi sono vice coordinatore nazionale.

L’entusiasmo che avevo all’inizio è cresciuto anno dopo anno e oggi posso affermare che Special Olympics fa parte della mia vita. Allenare e frequentare le persone che seguo mi rende sicuramente una persona migliore e, per questo, non finirò mai di ringraziarle.

Credo molto nei progetti e nella diffusione del messaggio di Special Olympics: quello che stiamo facendo al Tennis Club Alpignano ne è un esempio concreto.

Organizziamo eventi, si allenano insieme persone appartenenti a team diversi e abbiamo avviato anche percorsi di tirocinio lavorativo.

Abbiamo inoltre coinvolto l’amministrazione comunale che, con il sindaco in prima linea, è sempre presente ai nostri eventi.

Come ad Alpignano, anche altre strutture ci hanno ospitato per giornate dedicate allo sport inclusivo e, grazie alla collaborazione di tutti, lo scorso anno è nato un circuito a tappe chiamato “Special Tennis”. Queste manifestazioni rappresentano uno strumento straordinario per far vivere esperienze uniche alle persone con disabilità intellettiva.

Dai Giochi Nazionali fino ai Mondiali estivi e invernali, sono occasioni emozionanti nelle quali gli atleti dimostrano le proprie capacità, ma soprattutto conquistano spazi di autonomia: inclusione e autonomia sono i nostri obiettivi.

Per fare un esempio, chi viene convocato per un Campionato del Mondo spesso non è mai stato così lontano da casa per così tanto tempo. Si trova in un Paese diverso, deve adattarsi a una nuova cultura, gestire la propria quotidianità e, naturalmente, cercare anche di conquistare una medaglia.

Provate a immaginare il terremoto emotivo che una persona vive nell’arco di quelle due settimane.

3. (Domanda trasversale)

Se doveste raccontare questi ragazzi a chi non li conosce, cosa vorreste che il pubblico vedesse oltre la disabilità?

Vorrei che vedesse, prima di tutto, delle persone: spesso la disabilità è la prima cosa che si nota e finisce per oscurare tutto il resto. Da anni presso il nostro circolo lavora un atleta Special Olympics. Per noi è una presenza preziosa e ormai pienamente integrata nella vita quotidiana del club. Credo che questo racconti molto bene il valore di questi percorsi, che va ben oltre il tennis e oltre l’attività sportiva in senso stretto.

È il frutto della lungimiranza dei presidenti che mi hanno preceduto e che hanno avviato la collaborazione con Special Olympics. Una strada che oggi portiamo avanti con convinzione e soddisfazione, perché abbiamo visto quanto possa arricchire non solo gli atleti coinvolti, ma l’intera comunità del circolo.

Più che guardare oltre la disabilità, vorrei che le persone imparassero a vedere tutto ciò che c’è insieme alla disabilità: il talento, l’impegno, le relazioni, il lavoro, i sogni e la voglia di partecipare pienamente alla vita di tutti i giorni.

4. (Sull’evento del 26 luglio)

L’appuntamento del 26 luglio ad Alpignano non è solo sport: che tipo di esperienza volete far vivere a chi parteciperà?

Vorremmo che fosse una giornata di incontro. Lo sport sarà il filo conduttore, ma il vero obiettivo è creare un’occasione in cui atleti, famiglie, volontari e cittadini possano condividere tempo, emozioni ed esperienze.

Oggi si parla spesso di inclusione e, a volte, si rischia di raccontare la disabilità in modo troppo romantico. Ma la disabilità intellettiva è faticosa. Lo è per chi la vive, perché non sempre riesce a esprimere ciò che prova, a comunicare come vorrebbe o a essere compreso. E lo è anche per le famiglie, che quella fatica la condividono ogni giorno, cercando di accompagnare, sostenere e valorizzare i propri figli.

Il rispetto non nasce dal fare finta che queste difficoltà non esistano. Nasce dal riconoscerle, senza permettere che diventino l’unica cosa che vediamo.

Una comunità serve proprio a questo: a condividere la fatica, ma anche le soddisfazioni, i progressi, le relazioni e la gioia di stare insieme. Se, alla fine della giornata, qualcuno tornerà a casa con uno sguardo diverso sulla disabilità e con la consapevolezza di aver conosciuto delle persone prima ancora che degli atleti, allora avremo raggiunto il nostro obiettivo.