Dalle radici storiche della risicoltura al dialogo con la FAO: cosa resta al territorio quando si spengono i riflettori.


​Passeggiando oggi tra le risaie del Vercellese, dove la terra si specchia nel celebre “mare a quadretti”, si calpesta una storia secolare. La coltura del riso affonda infatti le sue radici in Piemonte verso la fine del Quattrocento, favorita dalle bonifiche promesse dai Duchi di Milano, per poi trasformarsi nell’Ottocento in un pilastro economico e paesaggistico fondamentale grazie alle opere d’irrigazione promosse da Camillo Benso di Cavour.

Vercelli non è diventata la capitale dell’“oro bianco” per caso, ma attraverso secoli di fatica, ingegno e profonda trasformazione del territorio.

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​Con la seconda edizione della rassegna Risò, la città ha riaffermato questa centralità, accogliendo centomila visitatori, vertici istituzionali, rappresentanti di trentasette nazioni e operatori commerciali giunti da ogni continente. Ma quando gli allestimenti si smontano e il centro cittadino torna alla sua quiete, la domanda fondamentale da porsi riguarda l’eredità dell’evento: quale eco concreta rimane sul campo?

​La manifestazione ha dimostrato una notevole forza d’attrazione. La presenza della FAO e il confronto tra politica, ricerca scientifica e mondo agricolo hanno trasformato Vercelli in una piattaforma di dialogo e di diplomazia culturale. In questo spazio di discussione risiede la prima vera cassa di risonanza: il riso non viene presentato come un semplice prodotto da scaffale, ma come uno strumento per affrontare nodi cruciali quali la gestione delle risorse idriche, la sostenibilità ambientale e la tutela delle tipicità europee sui mercati mondiali.

​Sul piano identitario, la rassegna ha saputo toccare corde profonde celebrando il centoventesimo anniversario della conquista delle otto ore lavorative. Un richiamo storico essenziale che evoca le battaglie delle mondine e la storia del riscatto sociale contadino, ricordando che dietro ogni spiga c’è un patrimonio irrinunciabile di dignità umana.

​Tuttavia, la vera scommessa per il futuro risiede nella capacità di superare i confini del singolo fine settimana promozionale. Le iniziative diffuse nei borghi delle vie d’acqua e la valorizzazione di piatti tradizionali come la Panissa tracciano una strada chiara. Perché l’evento lasci una traccia durevole, occorre che il paesaggio risicolo diventi un’attrazione culturale e turistica fruibile durante tutto l’anno.

La risonanza di una grande manifestazione si misura infatti sulla continuità: sta ora al sistema locale far sì che questo racconto dell'Italia più autentica continui a farsi sentire ben oltre i giorni di festa.