Dal bar di paese ai grandi hotel internazionali, passando per il libro ‘Il figlio del bar‘: Mattia Pastori racconta come la mixology sia diventata un percorso di crescita umana e professionale. In questa intervista parla di vocazione, resilienza, tradizione e futuro dell’ospitalità italiana.
–Nel libro racconti la tua crescita “dietro al bancone”, partendo dal bar di paese fino ad arrivare ai grandi luxury hotel. In un momento in cui l’hospitality fatica a volte a trovare personale e sembra aver perso appeal tra i giovani, come si può spiegare che questo mestiere è ancora, profondamente, un formidabile ascensore sociale e una scuola di umanità?

Mattia Pastori: Il mestiere del barman è fondamentale ed è legato al mondo dell’ospitalità. La prima cosa importante è far capire ai ragazzi che si iscrivono alle scuole alberghiere e ai corsi che in questo lavoro bisogna avere vocazione, proprio come nel mondo ecclesiastico. Tutte le figure dell’ospitalità devono avere la vocazione, altrimenti diventa un lavoro complicato da intraprendere. Una volta che si inizia questo lavoro e lo si fa con studio e dedizione, apre porte inaspettate: porta a viaggiare nel mondo, a conoscere persone e a vivere esperienze uniche.
-L’AltraItalia ama raccontare le storie di resilienza. Nel tuo testo non nascondi i momenti difficili e le cadute. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che un fallimento o un ostacolo si stava trasformando nell’opportunità per fare un salto di qualità?

Mattia Pastori: Fortunatamente ho una mentalità che vede nelle sfide sempre delle grosse opportunità. La paura del fallimento c’è sempre, specialmente ora da imprenditore, ma se ogni scelta è gestita, come dico nel libro, con cuore e testa il risultato arriva. Il bilanciamento è sempre molto importante: non deve mai prevalere uno o l’altro, ma essere sempre proporzionato, proprio come si fa con un cocktail.
–Verso la fine del libro presenti i tuoi signature cocktail e uno di quelli che colpisce di più per l’incredibile cura del dettaglio è “The Gentleman”, dedicato al maestro Armani. Prevede una preparazione quasi “sartoriale”, con l’essiccazione e la canditura dei petali di rosa nello zucchero per 48 ore. Ci racconti come è nata l’idea di questo drink e come si riesce a racchiudere l’essenza dell’alta moda milanese in un calice?
Mattia Pastori: L’idea nasce da una domanda: cosa si beveva nei fashion show degli anni ’80 e ’90? La risposta è champagne, perché i cocktail non erano ancora così diffusi ed erano prevalentemente solo Martini e qualche altro grande classico. La mia idea era quindi riproporre un calice di champagne creato su misura, miscelando vino rosato, pompelmo e vodka e poi gasando il tutto. Nel finale arriva una decorazione preziosa: un petalo caramellato, dove lo zucchero si trasforma in una sorta di polvere di diamante. Il rosa del cocktail è ispirato allo Strawberry Ice utilizzato in alcune collezioni di Armani.

–Tu rappresenti il passaggio cruciale dal barista tradizionale alla figura contemporanea del mixologist e dell’imprenditore della comunicazione nel beverage. Come si custodisce il patrimonio della tradizione italiana dei bar di provincia mentre si costruisce un brand personale di rilievo internazionale?
Mattia Pastori: Le radici sono lo strumento che ogni albero usa per tenersi ben saldo al terreno e nutrirsi, poi si sviluppa con rami e foglie che rappresentano quel rilievo e quel respiro internazionale. Il buon bilanciamento di questi due elementi ha permesso di costruire il brand di Nonsolococktail e dei progetti a venire.

–Oggi la mixology d’eccellenza in Italia sta valorizzando moltissimo i prodotti locali. Pensi che il bar possa diventare un veicolo di promozione turistica e culturale del nostro Paese, al pari della grande cucina?
Mattia Pastori: Il bar lo è sempre stato, essendo un luogo di aggregazione, così come ristoranti e alberghi. L’ospitalità e il turismo danno modo di attirare nel territorio persone che si legano a riti, tradizioni e paesaggio, contribuendo alla crescita del territorio.

-La filosofia di questa intervista ruota attorno al concetto di “ospitalità generativa”, che crea valore per chi la riceve e per chi la fa. Qual è il consiglio che ti senti di dare a un giovane che oggi entra in questo mondo con il sogno di diventare, a sua volta, un punto di riferimento per il settore?
Mattia Pastori: Vocazione, parola che ho già usato in precedenza. Non bisogna pensare che si stia facendo un lavoro, ma che si stia facendo del bene, creando valore aggiunto e regalando un’esperienza a un’altra persona. Fare ospitalità significa dare se stessi e quando si dà, poi qualcosa torna sempre.