L’Italia che non ha bisogno di effetti speciali è quella fatta di piccoli borghi, botteghe artigiane, ricette tramandate, paesaggi che custodiscono secoli di storia e persone che continuano a mantenerne viva l’identità. Quell’Italia che scegliamo di raccontare: meno scontata, autentica, capace di sorprendere andando oltre le mete più conosciute. Cucina, cultura e territorio sono protagonisti assoluti di 9 puntate da domenica 12 luglio alle ore 14.30 su La7.it


È proprio questa la filosofia de “L’Italia più bella che c’è!”, il programma in onda su La7.it e, con due puntate speciali, anche su La7. Alla guida c’è Stefano Bini, giornalista, autore e conduttore televisivo, che ha fatto della valorizzazione del territorio italiano la cifra del proprio racconto. Attraverso un linguaggio diretto e coinvolgente, Bini accompagna il pubblico in un viaggio che intreccia cultura, gastronomia, tradizioni e curiosità, dimostrando come dietro ogni luogo esistano storie che meritano di essere ascoltate.

Dalla Maremma alla Toscana, dall’Abruzzo al Friuli Venezia Giulia, passando per il Veneto e il Lazio, la nuova stagione attraversa l’Italia con uno sguardo che non si limita a mostrare luoghi da visitare, ma cerca di comprenderne l’anima. Un approccio che sentiamo particolarmente vicino anche come testata, perché crediamo che il territorio non si racconti soltanto attraverso i suoi monumenti, ma soprattutto attraverso chi lo vive, lo custodisce e continua a farlo crescere.

Ne abbiamo parlato proprio con Stefano Bini.

  1. 1. “L’Italia più bella che c’è” racconta luoghi molto conosciuti ma anche borghi e realtà meno battute. Qual è il filo conduttore che ti fa dire: “Questa è una storia che vale la pena raccontare”? Sono i luoghi, la cucina o le persone che li abitano?

Anche quando racconto città conosciutissime, cerco di scovare qualcosa, che non sia un dejà vu per lo spettatore, lasciando da parte quello che le guide turistiche raccontano, prediligendo curiosità e una narrazione raccolta da chi quel luogo lo vive.

La nostra Italia è sì piena di torri, campane, piazze, chiese e tanto altro, ma la nostra cultura cristiana è fatta di miti, leggende e realtà spesso dimenticate. Ecco perché cerco di rendere L’Italia più bella che c’è! unico nel suo genere.

Cucina, cultura e territorio devono andare di pari passo nel racconto. Lo spettatore medio è cambiato: vuole sapere ma in modo dinamico, infatti in ogni puntata teniamo un ritmo molto serrato senza dimenticare il nostro preziosissimo target, che su La7 e La7.it è alto-culturale. 

  • 2. Nel programma si parla di rigenerazione urbana, artigianato, associazionismo e tradizioni che resistono al tempo. Quanto è importante, oggi, raccontare un turismo più consapevole, che vada oltre la semplice cartolina e restituisca il valore autentico dei territori?

È fondamentale ma sembra che spesso ce ne dimentichiamo. Se perdiamo le nostre radici, se non raccontiamo il territorio e non tramandiamo le ricette culinarie, rischiamo di perdere noi stessi a scapito di uno stupidissimo politicamente corretto che ci vuole tutti omologati.

Con me, questo rischio non si corre: sono convinto di quanto sia importante recuperare e tramandare le tradizioni per guardare al futuro e salvaguardarlo. 

3. In ogni puntata la cucina diventa uno strumento per leggere l’identità di un luogo. C’è un piatto, un produttore o un incontro di questa nuova stagione che ti ha fatto pensare: “Ecco, questo è il modo migliore per raccontare l’Italia”?

Tutte le ricette che ho cucinato sono visceralmente radicate sul territorio, anche quando è stata aggiunta qualche variante. Le due ricette che mi hanno più colpito sono gli spaghetti alla buttera di Grosseto, che narrano una storia maremmana antica e la zuppetta di mare civitavecchiese, che rappresenta l’antica arte della pesca sullo scoglio.

È importante andare incontro anche a tradizioni che sembrano perdute ma che, invece, devono e possono essere recuperate e preservate. Non solo cucina, cultura e territorio, selezionati con attenzione, ma anche una ricerca certosina degli interlocutori che possono fare la differenza.