Stamattina ho letto un articolo che mi ha fatto tornare su un tema che, secondo me, merita molta più attenzione: il rapporto tra le città e la montagna.

Perché è facile parlare di montagna quando arriva la neve, quando si va a sciare, quando arriva una bella giornata per camminare o quando diventa semplicemente una destinazione turistica. Molto più difficile è chiedersi che cosa serva davvero a questi territori per continuare a essere vivi.

E qui trovo interessante guardare alla Valle d’Aosta.

Non perché sia un modello perfetto, ma perché sta provando a lavorare su un’idea di montagna diversa, più accessibile e inclusiva. Il progetto CASPITA, ad esempio,  propone nove escursioni gratuite e aperte a tutti nei comuni di Gressoney-Saint-JeanAntey-Saint-André e Saint-Nicolas con l’utilizzo anche di due Joëlette – una speciale carrozzina fuoristrada monoruota o a doppia ruota – per permettere a persone con diverse esigenze di vivere l’esperienza dei sentieri. 

Può sembrare una cosa piccola. Non lo è.

Perché significa cominciare a pensare che la montagna non debba essere soltanto osservata, ma possa essere vissuta da tutti. E che accessibilità non significhi soltanto abbattere una barriera, ma costruire un territorio nel quale una persona possa arrivare, muoversi, fare sport, incontrare altre persone e sentirsi parte di quel luogo.

Ma c’è un altro aspetto che mi interessa ancora di più.

Perché oggi la montagna ha un problema di accessibilità, certo, ma soprattutto ha un problema di futuro.

L’acqua, per esempio. La neve sempre meno prevedibile. Le stagioni che cambiano. Le difficoltà per chi gestisce un rifugio e deve garantire acqua, servizi e ospitalità a quote dove tutto è più complicato. Non è soltanto una questione ambientale: è una questione economica e sociale.

E allora anche un rifugio che apre o chiude, un sentiero che diventa più difficile da percorrere, una stagione sciistica che cambia, diventano pezzi della stessa domanda: come facciamo a mantenere viva la montagna mentre la montagna stessa sta cambiando?

La Valle d’Aosta, nel suo piccolo, sta provando a dare alcune risposte. I progetti sull’accessibilità vanno in questa direzione, così come l’attenzione a fare della montagna una destinazione che possa essere vissuta non soltanto dal turista più allenato o da chi può permettersi determinate esperienze.

E questo secondo me dovrebbe far riflettere anche chi vive nelle grandi città.

Torino e le sue montagne

Torino, ad esempio, ha un rapporto strettissimo con le Alpi. La montagna è lì, a pochi chilometri, ed è una risorsa ambientale, turistica, economica e culturale. Ma non può essere considerata soltanto il posto dove andare nel fine settimana. Come ha affermato in una recente intervista su La Stampa il presidente Bussone di Uncem : ” gli amministratori devono ripensare al rapporto con la montagna: non come una periferia da raggiungere nel tempo libero, ma come parte essenziale del sistema territoriale, della connessione tra i quartieri e le valli”.

Se abbiamo bisogno della montagna, dobbiamo anche essere disposti a investire sulla montagna.

Non soltanto negli impianti o nelle grandi infrastrutture, ma nei servizi, nei sentieri, nei rifugi, nell’accessibilità, nella mobilità e soprattutto nelle comunità che quei territori li abitano dodici mesi all’anno.

Perché alla fine il tema non è soltanto quanta neve avremo il prossimo inverno.

La Valle d’Aosta qualche risposta, almeno in parte, sta già provando a darla.