Leggere, sui media generalisti, che Carlin Petrini era un “gastronomo”, mette un po’ a disagio, per non dire altro, soprattutto ora che Carlin se ne è andato. Quasi non ne potesse più di banalità, di leggerezze inutili, di auto esaltazioni o di bisogno di sentirsi celebrity, Petrini si è come dire ritirato senza troppi clamori. Alla piemontese, verrebbe da dire.
Carlin era ben altro che un gastronomo: uomo di grandi visioni, che “entrava” nelle cose per capirne e svelarne l’essenza più profonda.

Quando fondò Slow Food aveva ben chiaro che il mondo del cibo non era un fatto puramente edonistico, nè autocelebrativo, nè consunto palcoscenico di esibizioni di chef o di piatti. Carlin era soprattutto un filosofo: il suo carattere analitico, il suo non cedere all’emotività, il suo naturale essere fuori dagli schemi, facevano di lui un simbolo di quella “eccellente normalità” che amo contrapporre alla “esibita sapienza” di tanti scimmiottatori del valore altrui.
Carlin, Carlin…. Ricordo certe polemiche degli anni Ottanta, quando sostenevi il format osteria con accanimento, contrapposto alle ristorazioni “finte” che dominavano la scena. Era frequente incontrarsi, in quegli anni magici, e mettersi a parlare di cose serie, di storie, di passioni, di persone. Come quella volta, alla Ciau del Tornavento di Maurilio Garola, ti ascoltammo parlare di “sostenibilitá”. In poche parole, smontasti tutta la leggenda che i media del pensiero unico avevano costruito su questo termine, oggi così conformisticamente abusato.

Poteva essere a Treiso, a Barbaresco, alla Morra o, quelle rare volte, a Milano. Dovunque trasmettevi una autorevolezza colta e profonda, lontana anni luce dal cicaleccio che oggi pervade l’argomento food e wine.
Ci mancherai tanto, Carlin. Per consolarci, potremo solo ricordare le tue parole, la musica della tua voce, il timbro saggio di chi -come ama ripetere Angelo Gaja- si ispirava a un solo credo: Fare, Saper fare, Saper far fare, Far sapere.