Parliamo tanto della salute mentale dei giovani. Ma non ha età.

Se abbiamo l’influenza, restiamo a casa. Se abbiamo la febbre, ci fermiamo. Se ci rompiamo una gamba, nessuno ci chiede di andare al lavoro e far finta di niente.

Ma se a stare male è la mente?

“Devi reagire.”
“Passerà.”
“È solo un periodo.”

Come se bastasse volerlo per stare bene.

La verità è che può stare male un ragazzo, ma può stare male anche un adulto. Per il lavoro, per la solitudine, per un lutto, per una separazione, per la precarietà, per una famiglia da mandare avanti. La sofferenza psicologica non guarda la carta d’identità. Eppure facciamo ancora fatica a riconoscerla come una vera condizione di salute. Una gamba ingessata si vede. La depressione, l’ansia, l’esaurimento spesso no.

Ma ciò che non si vede non è per questo meno reale.

E allora la domanda è semplice: 

se la mente sta male, perché non dovrebbe avere diritto alle stesse tutele che riconosciamo quando si ammala il corpo?

“Mutua” può sembrare una provocazione. Ma il concetto è serio: quando una persona è realmente in difficoltà, deve poter avere accesso alle cure e, quando necessario, anche il diritto di fermarsi dal lavoro senza vergognarsi e senza sentirsi in colpa.

Non significa trasformare ogni tristezza in una malattia.

Significa smettere di considerare la salute mentale una questione di debolezza.

Perché non siamo macchine.

La salute mentale è salute. E forse è arrivato il momento di trattarla esattamente così.